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Un labirinto di nome Italia

Non ci si deve aspettare mai qualche novità straordinaria in un intervista esclusiva di un magistrato, sopratutto se egli ricopre incarichi particolarmente delicati; nemmeno qualora egli scrivesse un libro di suo pugno, senza toccare le indagini in corso (del resto non potrebbe) ma solo il ricordare aneddoti (oltre ad altri più che significativi) della propria esperienza professionale iniziata in magistratura al fianco di big della lotta a Cosa Nostra come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: è il caso del Procuratore Aggiunto della DDA di Palermo Antonio Ingroia, cinquantaduenne palermitano trasformatosi in scrittore con il suo libro "Nel labirinto degli dei"  Ed. Saggiatore; gli avevo promesso che l'avri letto e così sto facendo: passaggi che colpiscono profondamente. Come quando Borsellino si interroga e dice in tono scherzoso (schrzoso?) che lui, uomo di destra, si sente spesso e volentieri a condividere il pensiero di gente politicamente schierata apertamente da tutt'altra parte. Come quando l'autore rievoca il periodo delle scorte militari a casa sua e nei tribunali. Come quando si ricostruisce la vita da bunker di questi uomini e delle loro famiglie. Come quando si racconta la vita di giovani ragazze sedicenni in odor di mafia decise a collaborare con la giustizia. Basta leggere alcune pagine e ti sembra di essere proiettato in una dimensione particolare, dal passato non tanto lontano: e sembra che i nostri timpani e le nostre coscienze sentano il tremendo deflagrare di Capaci prima e Via D'Amelio poi. Pentiti e boss, giornalisti e poliziotti, mafiosi e persone perbene: e questo pare proprio il labirinto più difficile nel quale un magistrato era portato a districarsi in quegli anni.
Anche se politicamente Ingroia non è certo vicinissimo ai miei ideali si tratta comunque di un bel libro da leggere. 
 

Pubblicato il 6/1/2011 alle 16.17 nella rubrica Chiacchierata virtuale con....

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